Palazzo Altieri

Chiostro d’ingresso del Palazzo Altieri

 

Palazzo Altieri


Quello che oggi viene comunemente chiamato “Palazzo Altieri”, per secoli in verità è stato la villa estiva dei vescovi di Todi, ultima destinazione dopo diversi passaggi di proprietà tra comuni e signori.

La sua storia è molto variegata. Quando Fratta era un semplice mucchio di case intorno ad una chiesa, in quel luogo c’era una sorta di piccola rocca, un cassero, unico strumento difensivo insieme alla palizzata. Qualcosa dovette cambiate già nei primi anni 30 del 1300, quando Todi decise di fortificare Fratta, ma il vero cambiamento ci fu ottant’anni dopo con Braccio Fortebraccio, che raddoppiando la superficie del castello, nel punto di congiunzione tra il vecchio impianto e l’addizione costruì il suo palazzo signorile. Di fatto lo abitò poco, ma va detto che qui soggiornarono Francesco Sforza, la famiglia Baglioni e i nobili di Perugia esiliati da Braccio, perfino Pico della Mirandola.

 

Cortile del pozzo


 

Questa prima età aurea terminò nel 1424 con la morte di Braccio e la situazione cambiò poco fino al 1451, data in cui il castello tornò sotto il vescovo di Todi: è un momento nel quale non si capisce bene dove arrivasse la canonica che doveva stare attaccata al palazzo e dove questo iniziasse: sta di fatto che rimangono nel cortile del pozzo, che da sempre ha fatto da perno, delle mensole del palazzo-fortezza di Braccio e forse la torre campanaria – secondo un’ipotesi che potrebbe dimostrarsi vera – altro non è se non una torre o l’entrata stessa dell’edificio braccesco.

 


La fontana di Palazzo Altieri


 

Dopo questa fase sono due le personalità che hanno cambiato funzione e aspetto all’edificio: Angelo Cesi e Giovambattista Altieri, vescovi di Todi che fecero di Fratta loro luogo di velleggiatura. Di Cesi (1566-1606) la firma stà sopra il portale che dà sulla via, ed è l’unico segno evidente: lasciò operante la chiesa , anche se a metà ‘500 il palazzo già la fagocitava. Ingrandì il palazzo, inglobando anche le mura che oramai non servivano più e aggiungendo i giardini. Cosa interessante, Cesi avviò la coltura del baco da seta, che durò quasi fino a metà ‘900.

 

Una tipica stanza d’interno di Palazzo Altieri


 

Fu il cardinale Altieri tra gli anni ’40 e ’50 del 1600 che gli diede l’aspetto barocco, forse commissionandolo al de’ Rossi, a cui aveva già affidato il palazzo romano, o comunque avvalendosi della sua consulenza. Privatizzò il cortile del pozzo, e su due lati lo decorò con uno stile che sembra riprendere lo zoccolo del palazzo romano; ingrandì i giardini che fece decorare con siepi e fontane da Ludovico Gattelli, architetto idraulico di Todi: ne rimangono una vasca in fondo e la grande peschiera addossata alle mura, con decorazione in terracotta che, pur necessitando di restauro, esprime tutta l’imponenza che i giardini dovevano avere, circondati da un muro con due grande portali ai lati. All’interno si legge il suo nome su tutti gli architravi, fino ad arrivare all’ambiente più bello, la galleria affrescata da maestri di scuola romana di metà ‘600: doveva essere un crocevia in cui confluivano una delle scalinate che collegavano i cortili interni con il piano nobile e i vari corridoi. Ci sono affrescati sette episodi veterotestamentarii: “Abramo e i tre angeli”, “Il sacrificio di Isacco”, “Lot e le figlie e L’incendio di Sodoma” da un lato; “La scala di Giacobbe”, “Rachele incontra Giacobbe al pozzo”, “Mosè salvato dalle acque” sul lato opposto; “Il trionfo di David” sul lato corto, e di fronte c’è la terrazza che apre sui giardini. In tutto questo la firma del cardinale è ovunque.

 

Abramo e i tre angeli


 

Con i due vescovi di casa Gualterio, Filippo Antonio e Anselmo Ludovico, a cavallo tra XVII-XVIII secolo, termina la seconda età dell’oro. Dopo ciò il palazzo diventò una sorta di tenuta agricola, fino a quando, a metà del secolo scorso il vescovo Alfonso Maria de Sanctis lo dette in utilizzo alle Figlie dell’Amore Misericordioso, che lo acquistarono e lo ristrutturarono per adibirlo ad asilo e istituto di recupero per disabili, senza con ciò rovinarne la bellezza.