Chiesa di San Savino

 

vista laterale della Chiesa di San Savino

 

Chiesa di San Savino

Come non meravigliarsi, entrando nella chiesa di San Savino vescovo e martire, di tanta bellezza per un paese così piccolo? La risposta si trova subito considerando la particolare funzione di dimora estiva dei vescovi di Todi, che Fratta ha ricoperto per secoli, portando sul paese l’occhio dei prelati e molti parroci di estrazione nobiliare.

Fu il cardinale Giovambattista Altieri, il maggior benefattore che Fratta abbia avuto, che in sostituzione della vecchia chiesa, piccola e sommersa dal palazzo che aveva fatto allargare dall’altra parte della strada, ne commissionò il disegno a due architetti, Vittorio Honofri e Giovanni Antonio Fratini da Forlì. Lo stile è quello aulico: un barocco ricco con navata unica, quattro grandi arcate per lato che la percorrono, volta a botte, quattro altari laterali appartenuti a confraternite e famiglie, di cui però l’alto prelato poté solo benedire la prima pietra il 25 Aprile 1654 a causa della morte lo stesso anno. Venne completata il 9 Aprile 1657 e benedetta dal canonico di Vercelli Giovanni Battista Velati, e consacrata il 25 Settembre 1735 dal vescovo Ludovico Anselmo Gualterio.

La prima cappella di destra, della Confraternita del SS. Sacramento e della Misericordia, è decorato dal quadro con la Madonna del Carmine e i Santi Antonio da Padova, Vito, Filippo Neri e Antonio abate, opera contemporanea alla costruzione della chiesa e di artista sconosciuto. Sopra invece c’è una statua di San Michele Arcangelo di alto valore, copia di quella di Andrea Sansovino, dei primi del ‘600 e proveniente dalle realtà ecclesiastiche precedenti.

La seconda cappella è il risultato di numerose trasformazioni: appartenuta alla Confraternita dell’Addolorata dalla metà del ‘700, era inizialmente la cappella delle reliquie con, sopra la teca che le conteneva, il quadro che ora si trova sulla parete di fondo, con la Madonna dai sette dolori e i Santi Filippo Benizzi e Gaetano di Thiene, benedetto dal parroco Paolo Pietro Leoncini il 7 Maggio del 1673. Era l’altare di San Bernardino, traslato dalla chiesa vecchia perché vi era grande devozione verso questo santo e vi era pure un beneficio.

La cappella più barocca è sicuramente la prima a sinistra, appartenuta alla famiglia Gentiloni, dedicata a Sant’Orsola e benedetta nel 1662 dal canonico Paolo Benedetto Gentiloni: è la più bella perché con le decorazioni a rilievo di finti architravi e colonne cerca di passare all’osservatore l’immagine di una profondità tutta teatrale.

Le due opere più importanti sono di Andrea Polinori, il pittore barocco più importante di Todi: la prima è la Deposizione, del 1612 e quindi tra le sue prime opere, copia del più famoso capolavoro di Federico Barocci per la cattedrale di Perugia. Questa opera è tra quelle provenienti dalla chiesa precedente e il suo posto naturale sarebbe la stanza accanto, originariamente Oratorio di Santa Caterina. L’altra opera in questione è la Madonna del rosario con San Domenico e Santa Caterina da Siena, sul secondo altare di sinistra, lavoro della maturità e di bottega, datato agli anni ’40. Qui si fa evidente il tono caravaggesco che Polinori aveva afferrato soggiornando un periodo a Roma.


La Deposizione di Andrea Polinori


Tra le opere ai quattro angoli, le più interessanti sono le prime due: il Battesimo di Cristo, copia da Andrea Sacchi, e forse di un artista della sua cerchia vista l’altissima qualità, e il San Girolamo, copia riveduta e più caravaggesca di un quado di Bernardino Spada.

Del 1733 è la bellissima cantoria tardobarocca, mentre la parte di fondo, molto rimaneggiata, è interamente ricoperta da un affresco con l’Assunzione della Vergine e i Santi Maria Vergine, Giuseppe, Barbara e Nicola di Bari; la pala d’altare con l’Immacolata e i Santi Pietro, Savino, Michele arcangelo e Paolo del 1665, è bisognosa di un forte restauro ma è molto interessante perché ha al centro una “fotografia” seicentesca di Fratta, su cui San Savino invoca la protezione della Vergine.

Prima che il cardinale Giovambattista Altieri costruisse la chiesa attuale, ce n’era un’altra, più piccola, che fino a poco tempo fa si intravedeva, ora con le recenti modifiche è stata quasi riportata alla luce.

Era sempre dedicata a San Savino, e si trovava dall’altra parte della strada rispetto a quella attuale, e andava dalla piazzetta dove è ben visibile l’abside circolare, al cortile del pozzo.

La troviamo citata per la prima volta nel libro del pagamento delle decime del periodo 1275-1300, ma la dobbiamo immaginare al centro del cumulo di case già nel 1177, quando Fracta Episcopi viene segnalata per la prima volta, grande poco più che una cappellina, e a fianco una piccola rocca, un cassero. Con l’arrivo di Braccio Fortebraccio il castello viene raddoppiato e il cassero diventa il palazzo del signore, e così rimane fino al 1451, quando Fratta torna sotto Todi. È tra questo anno e l’inizio del 1500 che la chiesa deve avere aumentato le dimensioni, tagliando in due la porta della torre che poi finì per diventare il campanile, secondo un’ipotesi probabilmente esatta. I vescovi tornarono ad abitare il palazzo e arricchirono la chiesa: le costruirono accanto l’oratorio di Santa Caterina d’Alessandria per la Confraternita della Misericordia – da cui proviene la Deposizione di Andrea Polinori – e all’interno costruirono due altari laterali all’interno di grandi nicchie incorniciate nel 1586, uno dedicato a San Bernardino da Siena, con tanto di beneficio, e uno della Confraternita del SS. Rosario. Su quest’ultimo, il visitatore apostolico Pietro Camaiani annota nel 1574 una Natività, da poco riportata alla luce: ad essere precisi è un’Adorazione dei pastori con l’Eterno e angeli della scuola di Pietro Paolo Sensini, pittore della Tarda Maniera di Todi, molto grossolano, a cui è stato aggiunto in basso nel 1610 il volto di San Carlo Borromeo. Ve ne era pure un altro, oggi scomparso. Da qui proviene anche il fonte battesimale che ora si trova nella chiesa parrocchiale, fatto riparare dal vescovo Angelo Cesi su prescrizione di Camaiani, e forse la Madonna del rosario, commissionato dall’omonima confraternita. Allora la chiesa, secondo le descrizioni del visitatore, aveva l’entrata nell’attuale cortile del pozzo, con una finestra rotonda che la gente chiamava “l’occhio”, ma aveva il pavimento e il fonte battesimale rovinati, ed era già sommersa dal palazzo dei vescovi, con il dormitorio in corrispondenza del tabernacolo.

Questa cosa poco rispettosa verrà risolta da Altieri, che prima chiuderà la porta sul cortile ed aprirà quella in pietra serena che dà sulla strada, poi nel 1654 benedirà la prima pietra della chiesa nuova, cosicché, dopo avere subìto anche saccheggi, questa chiesa verrà chiusa e divisa in varie stanze. Solo la stanza dove stava l’altare rimase ad uso liturgico diventando l’oratorio della Confraternita del Ss. Rosario.

Oggi questi vani sono stati riuniti ed è diventata la cappella delle Figlie dell’Amore Misericordioso, proprietarie del palazzo.

Come ultima cosa non possiamo dimenticare di annotare che questa chiesa, che aveva diversi sacerdoti, tra i rettori ha avuto parenti dei vescovi e futuri vescovi, tanta era l’importanza di Fratta: tra questi il più illustre è sicuramente Angelo Cesi, i sei anni prima che egli passasse a reggere la diocesi tudertina, diventando il vescovo forse più importante per Todi in Età Moderna.